Nella mitologia greca, Arianna è ricordata per il filo che offrì a Teseo, un semplice gomitolo capace di trasformarsi in salvezza. Grazie a quel gesto, l’eroe poté affrontare il labirinto di Cnosso, sconfiggere il Minotauro e ritrovare l’uscita. In quel racconto antico, il labirinto è luogo di paura, di smarrimento e di morte, da cui si può uscire solo con un aiuto esterno.
Il Labirinto di Arianna della Fiumara d’Arte, realizzato nel 1990 dall’artista Italo Lanfredini, ribalta completamente questa visione. Qui il labirinto non è una trappola, ma un invito. Sorge sulla cresta di una collina, lontano dai centri abitati, come tutte le opere volute da Antonio Presti per il museo a cielo aperto: non oggetti da osservare distrattamente, ma esperienze da attraversare con il corpo e con la mente. Seguendo idealmente il corso del fiume, l’arte diventa strumento di dialogo con il paesaggio e con chi lo percorre.
Entrare nel labirinto significa compiere un gesto simbolico. La porta, dalla forma inequivocabilmente femminile, rimanda all’origine della vita, al momento della nascita. Da lì inizia un cammino che, pur essendo privo di bivi o inganni, riesce a generare un senso profondo di spaesamento. Si procede tra salite e discese, come accade nell’esistenza, convinti di avere il controllo del percorso e improvvisamente messi alla prova dalla fatica e dall’incertezza.
Il cuore del labirinto non custodisce un mostro, ma un albero di ulivo. È una scelta che parla di resistenza, di tempo lungo, di capacità di rinascere nonostante le avversità. L’ulivo diventa così il centro simbolico di un viaggio interiore: non una meta da conquistare, ma una presenza da contemplare. È lì che il cammino si trasforma in riflessione, che la fatica trova un senso.
In questa lettura, il Labirinto di Arianna non offre una via di fuga, ma una possibilità di ascolto. Non serve un filo per uscirne, perché l’obiettivo non è scappare, bensì attraversare. Come suggerisce la Fondazione Fiumara d’Arte, il labirinto è spiritualità che nasce da una maternità simbolica, da un movimento circolare e accogliente che conduce verso l’alto, verso il sublime.
Uscire dal labirinto significa portare con sé una consapevolezza nuova: che perdersi, a volte, è solo un altro modo di ritrovarsi.






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