Ci sono storie che il tempo non può cancellare. Storie dolorose, che appartengono alla memoria collettiva della Sicilia e che continuano a interrogare le coscienze, soprattutto quelle delle nuove generazioni. È con questo spirito che a Militello in Val di Catania è stato inaugurato il murales dedicato al piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima innocente della ferocia mafiosa.
Alla cerimonia erano presenti il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e il sindaco Giovanni Burtone, uniti dalla volontà di trasformare il ricordo in un messaggio concreto di legalità e responsabilità civile.
“Con il collega ed amico Giovanni Burtone abbiamo scelto di onorare la memoria del piccolo Giuseppe Di Matteo, inaugurando il murales che permetterà di ricordarlo per sempre”, ha dichiarato Galvagno durante in un post FB, sottolineando il valore umano e simbolico dell’iniziativa.

L’opera, realizzata sulla parete dell’istituto scolastico I.C.S. Pietro Carrera, non è soltanto un intervento artistico. È un segno che resta. Un volto, dei colori, un messaggio affidato ogni giorno agli occhi degli studenti, dei cittadini, di chi attraverserà quel luogo. Perché la memoria, quando viene condivisa negli spazi pubblici, smette di essere soltanto ricordo e diventa educazione.
Il murales rientra nel progetto “Le Strade da Seguire”, promosso dalla Fondazione Federico II, nato con l’obiettivo di rendere omaggio a tutte le vittime della mafia attraverso iniziative diffuse nei territori siciliani. Un percorso che usa l’arte come linguaggio immediato, capace di parlare soprattutto ai più giovani.
La storia di Giuseppe Di Matteo è una delle pagine più dolorose della Sicilia, una di quelle che non si riesce a raccontare senza fermarsi un attimo. Giuseppe era solo un bambino, cresciuto in un contesto difficile perché figlio di un collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. Una scelta, quella del padre, che lo aveva esposto a una ritorsione crudele e inaccettabile da parte della mafia. Nel novembre del 1993, a soli 12 anni, Giuseppe fu rapito. Doveva essere una forma di pressione per costringere il padre a ritrattare le sue dichiarazioni. Quello che avrebbe dovuto essere un ricatto, però, si trasformò in un incubo lungo quasi due anni. Giuseppe venne tenuto prigioniero, spostato più volte, lontano da tutto ciò che avrebbe dovuto essere la sua vita: la scuola, gli amici, la famiglia. In quel tempo sospeso, la sua infanzia è stata cancellata pezzo dopo pezzo. Nel 1996, dopo una detenzione disumana, venne ucciso. Il suo corpo fu poi sciolto nell’acido, un gesto che aggiunge ulteriore atrocità a una vicenda già difficilmente sopportabile.
Parlare di Giuseppe significa parlare di una vittima innocente, di un bambino strappato alla sua vita per una logica di violenza che non ha giustificazioni. Ed è proprio per questo che oggi iniziative come il murales a Militello in Val di Catania cercano di fare qualcosa di diverso ovvero, trasformare il dolore in memoria condivisa, soprattutto per chi quel nome lo conosce solo nei libri o nei racconti degli adulti. Ricordarlo non è solo un atto simbolico. È un modo per dire che la sua storia non deve essere dimenticata e che l’infanzia, qualunque infanzia, non dovrebbe mai essere toccata dalla violenza.
Inaugurare un’opera dedicata a Giuseppe Di Matteo davanti a una scuola assume un significato ancora più profondo. Vuol dire affidare alla memoria una funzione educativa, ricordando che la lotta alla mafia passa anche dalla cultura, dalla conoscenza e dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte. A Militello in Val di Catania, quel muro oggi non è più soltanto una parete scolastica, è diventato un simbolo. Un invito quotidiano a scegliere da che parte stare.





